| Scritto da Tommaso Salvadori, 26-07-2008 17:05 |
A GIOSUE’
Le pagine più belle di un libro sono quelle che insegnano qualcosa,
che ti fanno emozionare e palpitare come solo l’inchiostro steso a mano e il suo odore sanno fare.
Possono essere di vita di morte, possono inseguire o aspettare far ridere o piangere, ma nel momento stesso che trovano la luce non possono che restare.
Ho letto di scrittori suicidi e altri centenari, ho visto sbocciare parole che non t’aspetti da cuori riservati.
Che a vender parole basta poco, carta da lucido e quattro foto, che oramai il mondo ascolta e più nessuno legge.
Che s’impara meglio a criticare gli altri che a lavorare.
Perché il sudore fa paura ed è figlio della fame.
Vorrei che un giorno leggessi queste pagine, fatte di nebbie e venti.
Fatte di mani callose e di piedi stretti.
Di respiri affannosi e attimi sospesi.
Di strade poco battute e rocce senza nome.
Fatte di salite e discese e ancora salite e ancora discese.
Vorrei che un giorno, guardando l’orizzonte, ti perdessi nell’ordinato migrare dello sbattere d’ali.
Nell’assurdo gioco di nubi riflesse.
In una semplice impronta nella neve.
Che di mondi ce ne sono tanti, ma uno solo chiamerai casa.
Che molta gente incontrerai, ma pochi chiamerai amici.
Vorrei che l’importante non fosse il superfluo ma l’essenziale.
Vorrei che il tuo domani conservi queste parole.
“Ovla kon ascovi”, sarà chi rimane.
Figlio.
Tommaso Salvadori
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